Nella notte tra sabato 9 e domenica 10 settembre un violento nubifragio ha colpito i quartieri meridionali della città di Livorno provocando un’ alluvione devastante

L’ esondazione del Rio Maggiore e del Rio Ardenza ha provocato allagamenti su alcuni quartieri residenziali, frane in collina e purtroppo la morte di 8 persone. Come sempre accade, a seguito di eventi del genere, sono state sollevate numerose polemiche, mentre sulle tv, sui giornali, sulle radio e su internet, dilaga la disinformazione.

Molti colleghi hanno già fatto sentire la loro voce sull’ argomento, cercando di riportare la verità su quanto accaduto. Inutile mettersi sullo stesso piano di chi fa polemica. E’ per questo che abbiamo deciso di fare anche noi la nostra parte analizzando cosa è successo, facendo “parlare” dati, mappe e interpretando al meglio delle nostre possibilità la dinamica che ha innescato l’ alluvione.

Precipitazioni cumulate tra la sera di sabato 9 e le prime ore di domenica 10 settembre in Toscana. Fonte CFR, rielaborazione Meteo Siena 24

 

Quasi 250 mm in poche ore a monte della città di Livorno

 

Partiamo dai dati pluviometrici. Nella prime ore di domenica 10, si abbatteva un nubifragio violentissimo tra le città di Livorno e Pisa con cumulati diffusamente superiori ai 100/120 mm sui due capoluoghi e sulle aree limitrofe. Sulle aree collinari poco ad est della città labronica cadevano più di 200 mm, con una punta di 242 mm in località Valle Benedetta, in prossimità delle sorgenti del Rio Maggiore e del Rio Ardenza, i due torrenti esondati. Il dato di per sé già eccezionale assume ancora più rilevanza se si pensa che di questi 242 millimetri:

  • 210,2 sono caduti in 2 ore
  • 150,2 in 1 ora e 15 minuti
  • 74, 8  in 30 minuti

Molto elevati i valori registrati da altre centraline vicine. Quercianella segna 212 mm in 4 ore e 101 mm in 45 minuti tra le 2.30 e le 3.15! Sulle città di Pisa 178 mm e Livorno 173 mm il temporale colpiva con un’ intensità comunque eccezionale, anche se non paragonabile rispetto a quanto osservato sulle aree collinari meridionali e orientali del capoluogo labronico. Di fronte ad un evento del genere non c’è battaglia. Non si contrasta, ci si adatta al meglio che si può in un contesto di emergenza assoluta. La forza della natura è di fatto ingestibile. In un ambiente urbano le criticità vengono amplificate, considerato che il deflusso dell’ acqua non è naturale ma “forzato” dagli elementi antropici(edifici, strade e quant’ altro).
Completamente inventati invece i numeri postati da numerosi mezzi di informazione. A parlare di “400 millimetri in poco più di 4 ore” sono stati, tra gli altri Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Rainews, Corriere. Non proprio quattro testate di terz’ ordine. Tra quelle disponibili online, consultabili da chiunque, non c’è una centralina che abbia registrato simili valori.

Secondo la media trentennale di riferimento 1981-2010, su Livorno cadono 804 mm all’ anno di cui 324 nel trimestre settembre-novembre, quest’ ultimi distribuiti su 23-24 giorni di pioggia complessivi. Questo dimostra ancora di più l’ eccezionalità del fenomeno

 

Analisi sulle cause meteorologiche dell’ alluvione

 

Dopo l’ analisi climatologica dell’ evento proviamo a spiegare brevemente la dinamica da un punto di vista meteorologico. Partiamo dalla situazione osservata su larga scala(immagine 1). Una saccatura nordatlantica affonda sul Mediterraneo occidentale richiamando aria più calda dal Canale di Sicilia fin verso l’ Arcipelago Toscano.

Questo flusso di aria calda e umida risaliva per gran parte della giornata di sabato, accumulando energia negli strati atmosferici prossimi al suolo(immagine 2, indice CAPE previsto venerdì 8 per domenica 10 settembre). Nel frattempo affluiva invece aria più fresca in media-bassa troposfera (1500-5000 metri). Questo contrasto alimentava un sistema temporalesco sul tratto di mare compreso tra l’ isola di Capraia e di Gorgona.

Cape Index. Colore rossa-viola indica molta energia a disposizione per l’ innesco di temporali forti

La convergenza tra due masse d’aria di origine diversa è stata la causa primaria della forte instabilità. L’ aria più fresca in arrivo da ovest e quella che scendeva dai nuclei temporaleschi con le prime forti precipitazioni, ha continuato a sollevare verso l’ alto l’ aria calda presente nei bassi strati fino a che le condizioni di partenza sono rimaste immutate. Il ciclo vitale di una singola cella temporalesca, per quanto intensa possa essere, non supera l’ ora. In questo caso, sulla stessa direttrice, hanno continuato a rigenerarsi più celle temporalesche per una durata complessiva di 4/5 ore.

L’ impatto dell’ aria più fresca sul preesistente strato di aria calda(area rossa) ha permesso la nascita di sistemi temporaleschi su tutta la linea del fronte(linea blu). Se più a sud(Sardegna, medio-basso Tirreno il fronte scorreva rapidamente portando temporali di breve durata, tra il dito della Corsica e la costa toscana questo movimento era decisamente più lento.

I cumulati più elevati, registrati sulle aree collinari, spiegano perfettamente come l’ orografia abbia giocato un ruolo rilevante. Come accade per la Liguria, dove l’ Appennino arriva quasi a picco sul mare, anche in questa circostanza, i sistemi collinari a est/sudest di Livorno hanno forzato ulteriormente lo sviluppo verticale delle nubi, portando i rovesci più intensi proprio a monte dei due torrenti(Rio Maggiore e Rio Ardenza).
Infine non è da sottovalutare lo stato del suolo, estremamente secco, duro e poco permeabile per la siccità pregressa. Tutta questa quantità di acqua caduta in un lasso di tempo ristretto è scivolata(potremmo usare il temine “ruscellata”) rapidamente verso fossi e corsi d’ acqua in maniera più intensa rispetto a quanto accade in condizioni normali.

Quello dei sistemi temporaleschi di tipo autorigenerante non è un fenomeno nuovo ma è tipico della storia climatica della nostra regione. Prima di dare sempre la colpa al cambiamento climatico occorrerebbe conoscerla questa storia. E’ anche evidente, tuttavia, che col trend all’ aumento delle temperature sull’ area mediterranea, dobbiamo e dovremo fare i conti con estati mediamente più calde e di conseguenza un accumulo di energia sui nostri mari, maggiore rispetto al passato.

Riepilogando

1. convergenza di venti caldi e umidi da sud, di origine mediterranea e venti più freschi da ovest di origine nordatlantica
2. quantitativi di energia a disposizione enormi per il sistema(grazie al mare ancora caldo)
3. windshear positivo(rotazione oraria dei venti salendo di quota, S al suolo, SW in media-bassa troposfera) che contribuiva ad alimentare le celle temporalesche, lungo la stessa direttrice
4. sollevamento orografico a rendere più intense le piogge nelle colline ad E/SE della città
5. suolo estremamente secco, poco permeabile. L’ acqua è defluita più rapidamente nei fossi e verso i quartieri più densamente popolati, a valle.

Sulle responsabilità imputabili alla mano antropica non ci addentreremo.
Ci preme piuttosto sottolineare come la pericolosità della dinamica fosse inquadrata da tempo. Abbiamo pubblicato due articoli nella settimana precedente. Nel primo, datato martedì 5 settembre, già si parlava di “rischio potenziale di sistemi temporaleschi intensi”. Le mappe, allora postate(previsione a 120 ore), assomigliano molto a quanto realmente osservato nella notte tra sabato e domenica.
Nel secondo articolo, a 48 ore dall’ evento, siamo andati oltre, come era normale che fosse. La dinamica veniva confermata. Gli indici temporaleschi mostravano alta probabilità di fenomeni intensi. Le mappe di previsioni di pioggia dei modelli ad alta risoluzione già mostravano quantitativi importanti.  “C‘è un’area a rischio fenomeni intensi che va dalla Liguria di Levante al basso Lazio”. Inquadrata la macro-area a 48 ore di distanza dall’ evento(i due sistemi più intensi si sono formati effettivamente in quella fascia di territorio), abbiamo parlato di cumulati diffusamente superiori ai 50/60 mm, di aree con cumulati superiori ai 100 mm e punte di 150/200 mm.

Conclusioni

I modelli, citando l’ articolo hanno fornito effettivamente “indicazioni preziose ma non precisissime”.
A 24 ore dall’ evento, sulla nostra pagina facebook, abbiamo provato pure ad individuare quale potesse essere l’ area “in pole” per i fenomeni più estremi. Abbiamo parlato di Val di Cecina, Metallifere, colline interne pisane, Valdelsa, Montagnola, alta Val di Merse. Alla fine il sistema temporalesco più intenso si è formato più a nord e ha colpito dove sappiamo.

Come già detto non abbiamo intenzione di entrare nel dibattito scaturito dalle parole del Sindaco di Livorno Nogarin. Ci limitiamo tuttavia a difendere l’ operato del Lamma e del Centro Funzionale Regionale che hanno emesso la migliore previsione possibile, tenendo conto dei limiti intrinsechi legati ad una previsione così delicata. L’ allerta arancione si adeguava perfettamente a quanto accaduto in quelle tragiche ore.

Per chi volesse approfondire è scritto tutto qui: http://www.lamma.rete.toscana.it/sites/all/files/doc/meteo/guidameteo/Delibera_n.395_del_07-04-2015-Allegato-1_0.pdf

 

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